Da Asia il rilancio agli Accordi di Libero Scambio con Europa

Gli Accordi di libero scambio, o Free Trade Agreements, sono dei veri e propri trattati internazionali che due o più entità statali concludono per facilitare e intensificare il flusso dei loro scambi commerciali.

La necessità di sottoscrivere questi accordi deriva dal fatto che, nonostante le numerose norme e limiti a cui gli Stati sono sottoposti in virtù della loro appartenenza all’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio), esiste ancora la possibilità per le diverse nazioni di scoraggiare le importazioni in determinati settori, per proteggerli dalla concorrenza estera. Oltre ai classici dazi, esistono ostacoli, dette barriere non tariffarie, che rendono più difficile il commercio in un certo ambito. Un esempio sono gli standard a cui un prodotto deve rispondere per essere commercializzato in un determinato Paese.

Un trattato di libero scambio, o partenariato economico, permette agli Stati di accordarsi per abbattere reciprocamente queste barriere a beneficio delle proprie aziende che, oltre a guadagnare un accesso più facilitato ad un nuovo mercato, ne giovano principalmente sotto forma di riduzione dei costi di esportazione.

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Gli Accordi di libero scambio e l’Unione Europea

Per i Paesi membri della Unione Europea, la competenza a negoziare questo tipo di trattati è delegata alle istituzioni comunitarie in base agli articoli 207 e 218 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea (TFUE). In particolare la nomenclatura “accordi di libero scambio” in ambito europeo è utilizzata per riferirsi ai trattati di natura commerciale stipulati con Paesi sviluppati e le economie emergenti.

L’iter che porta alla conclusione di questi trattati è molto lungo, non soltanto perché i negoziati richiedono tempo, ma anche perché i passaggi istituzionali sono numerosi. Tuttavia, come si vedrà tra poco, le imprese dei Paesi coinvolti possono sperare in una entrata in vigore più rapida di questi accordi tramite la loro applicazione provvisoria.

Procedendo con ordine, l’iniziativa a negoziare un trattato di libero scambio in ambito comunitario appartiene al Consiglio, l’organo rappresentativo dei governi nazionali dell’Unione. Questi autorizzano la Commissione a iniziare le trattative, fornendogli delle apposite linee guida.

Una volta avuta l’autorizzazione del Consiglio, la Commissione avvia i negoziati, che si tengono a porte chiuse. Ciò nonostante, la Commissione è tenuta ad informare regolarmente Parlamento e Consiglio sull’andamento degli incontri. Il Consiglio ha inoltre la prerogativa di indirizzare la Commissione durante tutte le trattative.

Una volta conclusi i negoziati, il testo sul quale si è raggiunto un accordo è tradotto nelle lingue ufficiali dell’Unione Europea e sottoposto all’approvazione del Consiglio. In questa fase possono essere apportate modifiche tecniche e linguistiche all’accordo.

Se soddisfatto, il Consiglio può approvare il trattato e decidere se farlo entrare provvisoriamente in vigore. Qui è necessario fare un distinguo sulla natura di questi accordi: in base al loro contenuto possono essere infatti classificati come “EU-only” oppure “misti”. I primi disciplinano materie di competenza esclusivamente europea, i secondi anche di competenza nazionale. L’entrata in vigore provvisoria può avvenire soltanto per i trattati “EU-only” o per i trattati “misti” limitatamente a quelle norme che rientrano nella giurisdizione esclusiva dell’Unione (è quello che è avvenuto per il trattato CETA Canda-UE).

Dopo l’approvazione, l’accordo è firmato da un rappresentante per l’Unione Europea e un plenipotenziario dello Stato terzo. Per i trattati “misti” è necessaria anche la firma di tutti i singoli Paesi comunitari.

Affinché l’entrata in vigore diventi definitiva, dopo la firma il Parlamento Europeo deve dare il proprio consenso. La ratifica dei singoli parlamenti nazionali si rende necessaria nel caso dei trattati “misti”. Solo dopo questi passaggi il Consiglio può adottare l’accordo in via definitiva.

Come si evince da questa successione di passaggi, le grandi aziende che possono e desiderano intervenire nell’iter di approvazione, non possono che farlo attraverso i propri governi e il Parlamento Europeo.

Opportunità per l’Europa e i suoi partner

A seguito delle elezioni presidenziali statunitensi del 2016 e il riscoperto protezionismo della nuova amministrazione, gli equilibri del commercio mondiale stanno rapidamente mutando. Nel gennaio del 2017 il presidente americano ha annunciato il ritiro del suo Paese dal TPP, l’ambizioso accordo che avrebbe creato una forte partnership economica tra USA, Canada, Giappone, ASEAN e altri importanti economie che si affacciano sul Pacifico (Messico, Nuova Zelanda, Australia, Cile, Perù, Colombia).

Il Partenariato Trans-Pacifico sembra però destinato a non vedere mai la luce: la mancanza del suo membro più forte lo rende infatti inadeguato, nella forma in cui è stato concordato, ad applicarsi alle restanti nazioni. Per questo motivo, un altro importante firmatario, il Giappone, ha dichiarato il suo interesse ad una riformulazione dell’accordo: il suo primo ministro ha affermato che senza gli Stati Uniti un trattato concepito con queste aspettative non ha ormai più senso.

Il fallimento del TPP può tradursi però in una grande opportunità per il Vecchio Continente. Da una parte, quei Paesi asiatici come Vietnam e Giappone hanno tutto l’interesse a cercare un nuovo grande partner commerciale; dall’altra, l’Unione Europea può approfittare degli accordi commerciali per migliorare la cooperazione con l’Asia anche in campo non economico, andando a competere con la Cina, impegnata a mantenere un ruolo egemone nell’area.

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Il governo di Hanoi sta attualmente negoziando un trattato di libero scambio con gli europei. Le trattative si stanno però arenando a causa del mancato rispetto dei diritti umani nel Paese. Come accennato, il Vietnam ha però la necessità di trovare un nuovo partner economico: il mercato europeo rappresenta un’ottima alternativa alla Cina, con la quale spesso i rapporti commerciali sono iniqui. Far leva su questa necessità può essere un’arma di politica internazionale a disposizione dell’Unione.

Un discorso simile può essere fatto per il Giappone. In questo caso gli interessi europei sono evidentemente quelli di garantirsi un accesso facilitato ad un mercato fertile per esportare i suoi prodotti di alta qualità, che in una economia avanzata come quella nipponica non solo sono apprezzati ma anche richiesti. Il trattato di libero scambio che i due attori stanno negoziando è in fase avanzata e prima della fine dell’anno potrebbe essere firmato il testo dell’accordo.

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